sabato 6 giugno 2020

Due parole sulla psicoanalisi e sull'inconscio


Il desiderio di parlare di quello che è il mio lavoro, nasce dalla passione che ho verso la psicoanalisi e dalla scarsa conoscenza che c'è verso questo sapere non degnamente conosciuto.
Spero di non semplificare troppo dicendo che psicologia e psicoanalisi non sono sinonimi: sono due modi di approcciarsi ai pazienti e al sapere clinico completamente diversi. La psicologia si occupa, tendenzialmente, di ciò che si vede; osserva i comportamenti, accoglie ciò che il paziente sostiene sia disfunzionale per lui (e per gli altri), e propone una soluzione utile a cancellare, aggiustare, adeguare quel comportamento alle richieste sociali. 
La psicoanalisi parte dallo stesso presupposto: aprire la porta a un paziente che sta male e vuole liberarsi di un sintomo o vuole modificare un comportamento, un atteggiamento, un pensiero, un'angoscia...che gli crea problemi a relazionarsi con gli altri. Ed è proprio quando qualcosa viene vissuto come un problema che può nascere una domanda di cura. 
In psicoanalisi non ci fermiamo però solo a questo: aiutare una persona a vivere meglio la sua vita è una nostra prerogativa di clinici, ma ciò non avviene attraverso l'assistenzialismo, la ricetta, il protocollo predefinito e valido per tutti; questo è, giustamente, il campo della medicina e di altri approcci psicoterapeutici che propongono pacchetti di cura uguali per tutti. 
La psicoanalisi va alla ricerca del soggetto che sta dietro alla persona, della sua verità e della sua responsabilità nel portare avanti la sua vita. Responsabilità non la intendo all'interno di una concezione negativa, di colpa o di errore; ma come una implicazione negli eventi della nostra vita, nel modo che abbiamo di interpretare e reagire agli eventi, nelle scelte consapevoli e meno consapevoli che compiamo. 
La psicoanalisi non si limita a risolvere i sintomi, a correggere o normalizzare la vita delle persone, adeguandola e conformandola a degli standard sociali. Cerca, invece, di scoprire le cause che sono alla base delle sofferenze e cosa influisce in un individuo a vivere male. O meglio, è il paziente che lo fa in analisi parlando liberamente di sé, raccontando tutto ciò che gli viene in mente. 
In poche parole, la psicoanalisi si occupa dell'inconscio. E le libere associazioni contribuiscono a farlo emergere. Sigmund Freud, per primo, scoprì che i disturbi psichici hanno origine proprio nell'inconscio, da lui inteso come un "luogo" della mente di cui non sappiamo nulla perché lontano dalla coscienza. Con il parlare libero e spontaneo l'inconscio può essere più facilmente accessibile, così come lo è attraverso i sogni o in quelle situazioni che si verificano al di fuori del nostro controllo e che Freud definiva atti mancati: i lapsus, le dimenticanze, errori generici. 
In analisi, dunque, conoscendo bene l'efficacia delle libere associazioni, invitiamo a parlare prima di pensare, e non il contrario.  
L'inconscio è qualcosa di quanto più personale ci possa essere. Lo possiamo considerare non solo come un luogo, ma, come avrebbe detto Jacques Lacan, un'altra scena del nostro essere, quella che non appare, ma che esiste e che ha un suo funzionamento, le sue regole, un suo linguaggio. Non è solo un contenitore ma è qualcosa che lavora, seleziona, ritaglia continuamente ciò che trova per farne la fonte dei nostri desideri e il fondamento della nostra soggettività.
Ciò che avviene nella stanza d'analisi è qualcosa di magico ed efficace, per comprenderlo a fondo bisognerebbe provarlo. E per provarlo dovremmo averne sia i motivi sia il coraggio.



"In psicoanalisi i termini malatomedicomedicina non sono esatti, non si usano. Non sono giuste neppure le formule passive che si adoperano comunemente. Si dice «farsi psicoanalizzare». È sbagliato. Chi fa il vero lavoro, nell’analisi, è quello che parla, il soggetto analizzante. Anche se lo fa nel modo suggerito dall’analista, che gli indica come procedere e lo aiuta con interventi. Gli viene fornita anche un’interpretazione, che a prima botta sembra dare un senso a quello che l’analizzante dice.

In realtà l’interpretazione è più sottile, tesa a cancellare il senso delle cose di cui il soggetto soffre. Il fine è quello di mostrargli, attraverso il suo stesso racconto, che il suo sintomo, la malattia, diciamo, non ha alcun rapporto con niente, è privo di qualsiasi senso. Quindi, anche se in apparenza è reale, non esiste". [Jacques Lacan]


- Dott.ssa Rossana Curatolo




domenica 16 dicembre 2018

Diagnosi psichiatrica vs diagnosi psicoanalitica

Che differenza c'è tra psichiatria e psicoanalisi nell'approccio con i pazienti? Cos'è una diagnosi e a cosa serve? E' utile al medico o al paziente?
In questo articolo metterò in luce le differenze metodologiche e strutturali tra la medicina e la psicoanalisi nella formulazione di una diagnosi.


La diagnosi psichiatrica 

Per la psichiatria tradizionale l’osservazione e la raccolta dei sintomi risponde a un criterio medico-scientifico di obiettività. L’anamnesi avviene a senso unico: il paziente riferisce gli elementi della sua storia relativi al malessere attuale con il fine di elaborare una loro classificazione obiettiva. In questo contesto la diagnosi è un’operazione preliminare alla somministrazione di una terapia. Nel commento che Recalcati fa sul colloquio psichiatrico, nel libro La pratica del colloquio clinico, afferma che avere come obiettivo del colloquio la descrizione dei sintomi, toglie al sintomo stesso ogni soggettività; così la malattia è qualcosa che non appartiene al soggetto ma è un evento che lo colpisce dall’esterno. All’interno di questa visione del sintomo, la parola del soggetto non è implicata nel processo di cura poiché quello che conta è l’obiettività di ciò che si osserva. Il soggetto in cura è ridotto a oggetto di osservazione e ciò che è in primo piano è il sapere medico-scientifico che conduce all’applicazione di protocolli di intervento standardizzati, con l’abolizione della particolarità del caso clinico. 
Il DSM è uno dei manuali di psicopatologia descrittiva maggiormente utilizzati per la classificazione dei sintomi. Esso si basa su una concezione medica e obiettiva della malattia mentale.
La pocket guide del “progetto DSM-5” recita così:

se siete efficienti ed empatici, potete elicitare i sintomi psichiatrici fondamentali e i tratti di personalità di una persona con sofferenza o malattia mentale in 30 minuti. Per farlo bisogna esercitarsi.

Questa definizione evidenzia l’importanza di fare diagnosi non solo con l’obiettivo di collocare un paziente in una certa categoria, ma di farlo anche rapidamente, chiamando in causa l’empatia come strumento utile a far affiorare i sintomi necessari alla catalogazione. Peraltro, il DSM, il dispositivo principalmente utilizzato dalla psichiatria per portare avanti l’atto diagnostico, presenta una serie di vincoli come il ruolo delle aziende farmaceutiche nell’offerta del farmaco (diagnosi=farmaco), l’inclusione del sistema sanitario e assicurativo per i rimborsi (diagnosi=rimborsi), la diffusione mediatica e via internet, con la possibilità di ottenere una diagnosi quasi autonomamente cercando i propri sintomi attraverso i motori di ricerca. Anche se presentati in un’ottica negativa, questi vincoli sono in parte inevitabili e permettono ai pazienti di potersi permettere di vivere all’interno di una istituzione. 
Nel momento in cui viene dato un nome, attraverso la diagnosi, alla sofferenza del paziente, si innesca un’attivazione da parte della medicina e del soggetto per una risoluzione immediata del sintomo attraverso l’offerta di diversi farmaci che sembrano diventare oggetto di godimento da ottenere senza che però subentri nel soggetto un desiderio di sapere. Anche un trattamento standardizzato, non necessariamente farmacologico, può essere affrontato senza implicazione soggettiva se nel processo diagnostico il paziente viene collocato nella posizione di oggetto di indagine. 
Alcuni autori, come Irvine Hoffman, attaccano duramente la classificazione diagnostica considerandola una generalizzazione e una forma di inaridimento dell’esperienza umana. Per Hoffman, ogni categorizzazione diagnostica è un gesto di “oggettivismo autoritario”.
La valutazione diagnostica inserisce i sintomi che si osservano e si valutano in un elenco composto da un certo numero di altri sintomi, per costruire un disturbo codificato. Mario Bottone nel suo articolo, A proposito della valutazione psichiatrica, cita Jacques Alain Miller nel sostenere che il sintomo è ciò che fa enigma, rappresenta una x e viene valutato. L’operazione della valutazione fa si che questa x diventi un disturbo. Quest’operazione valutativa fa passare un soggetto dall’essere unico e particolare ad essere omologato ad una certa categoria.
Nel suo intervento al dipartimento clinico Gennie Lemoine del 2016, Vittorio Lingiardi cerca di mettere in tensione ciò che viene considerato nomotetico, generalizzabile, oggettivo e ciò che invece è definito soggettivo, idiografico, irriducibile. Da una parte gli strumenti diagnostici e i loro codici statistici; dall’altra, le parole, gli effetti, i silenzi della stanza d’analisi. Sostiene che quando si ha a che fare con un paziente che ha una certa diagnosi, si incontra una persona che appartiene ad una comunità ideale di sintomi e caratteristiche descrivibili che non riguardano esclusivamente la persona che si ha davanti. Allo stesso tempo, ci si confronta con una persona che ha il suo modo soggettivo di appartenere a quei sintomi e quelle strutture. E’ importante mantenere una visione binoculare in grado di tenere insieme l’“etichetta diagnostica” e la “formulazione del caso”. Sostanzialmente, la diagnosi non deve essere pensata in modo indipendente dal trattamento ma come una sintesi dei problemi e delle risorse di un paziente e come guida per portare avanti il trattamento. Inoltre, Lingiardi invita ad evitare di portare avanti posizioni unilaterali, pro o contro il DSM, per non cadere in atteggiamenti di antidiagnosticismo radicale o antipsichiatria naif. Ciò che conta è l’abilità del clinico nel trattare il paziente in modo unico.

La diagnosi psicoanalitica

In psicoanalisi l’atto diagnostico è una costruzione che orienta lo psicoanalista nella cura. Non è l’assegnazione di un’etichetta ad un soggetto sulla base dell’osservazione dei sintomi. La diagnosi è un atto concettuale che differenzia le strutture e, di conseguenza, orienta la cura. La clinica psicoanalitica è la clinica dell’uno per uno, così come la costruzione diagnostica del caso non segue i criteri di un manuale statistico ma si fonda principalmente sul transfert che, come segnala E. Mundo nel testo La diagnosi in psicoanalisi, richiede una posizione etica di ascolto del discorso del soggetto. La persona che si incontra in analisi non è un oggetto di osservazione ma un soggetto particolare. L’ascolto della parola del soggetto implica la sospensione delle generalizzazioni, delle catalogazioni, dei protocolli standardizzati. Il colloquio psichiatrico tradizionale tende a produrre un effetto di reificazione del soggetto, di riduzione del soggetto a oggetto di osservazione scientifica per reperire i segni che possano classificare quel soggetto in un quadro nosografico predeterminato.
Recalcati costruisce un’opposizione tra clinica dello sguardo e clinica dell’ascolto. La clinica dello sguardo è quella della psichiatria tradizionale dove lo sguardo della scienza è uno sguardo obiettivo, neutrale, oggettivo e abolisce il soggetto della parola. La malattia, in questo caso, appare come un’entità autonoma, desoggettivata, che il soggetto subisce e che viene estratta sulla base dei segni osservabili.
La clinica dell’ascolto è la clinica della psicoanalisi, la quale difende la parola del soggetto e il suo carattere irriducibile. Ogni soggetto è un’eccezione alla regola, il soggetto non può essere ridotto a una classe o a una tipologia astratta di sintomi. Dunque è importante ascoltare la parola del paziente, darle dignità, prendere alla lettera ciò che dice per arrivare a formulare una diagnosi di tipo strutturale e comprendere come si inserisce il soggetto nel campo delle nevrosi, delle psicosi o delle perversioni.
La clinica dello sguardo e la clinica dell’ascolto non si escludono a vicenda: come accennato sopra, è importante tenere insieme una dimensione statica della diagnosi - costituita dall’anamnesi del paziente, dall’osservazione di segni e sintomi - e una dimensione dinamica - l’incontro con il paziente e la sua posizione rispetto alla sua storia e ai sintomi di cui soffre. 

La diagnosi psicoanalitica è una diagnosi strutturale che si costruisce a partire da un’etica dell’ascolto, la quale implica non tanto il sapere di chi ascolta quanto la parola del paziente, del suo sapere inconscio. Ciò che interessa all’analista è la parola del soggetto dell’inconscio che parla in contraddizione al discorso cosciente dell’io. Per arrivare ad una diagnosi strutturale è importante fare luce sul modo soggettivo con il quale il soggetto attribuisce un senso ai propri sintomi. A differenza della diagnosi psichiatrica, la diagnosi psicoanalitica non si costruisce a partire dalla classificazione dei sintomi e dei segni ma dall’ascolto di quel particolare soggetto, dei significanti che hanno orientato la sua vita. Il sintomo che conduce un soggetto dall’analista è tale non perché deve essere categorizzato ma per il soggetto stesso, poiché ad esso il soggetto attribuisce un senso e non solo una disfunzione. In più, nell’indagine psicoanalitica dei sintomi di un paziente, è in gioco anche il godimento ad esso connesso: il sintomo non è solo qualcosa a cui dare un senso ma anche il modo attraverso cui il soggetto ottiene un godimento supplementare, un attaccamento al sintomo che, paradossalmente, fa godere il soggetto di ciò di cui soffre.

- Dott.ssa Rossana Curatolo

sabato 6 gennaio 2018

EFFETTO PLACEBO E SIGNIFICATO DELLA CURA

Articolo da me dedicato a un'interessante questione: l'effetto placebo!
Che significato ha una cura? C'è differenza tra una pillola e un'iniezione? Che ruolo gioca la pubblicità nella scelta di un farmaco? E il ruolo del medico?
Al link sottostante, l'articolo!

http://psicologiapsicosomatica.com/2017/10/26/effettobrand/

- Dott.ssa Rossana Curatolo

venerdì 29 settembre 2017

LA MANCANZA A ESSERE

Il termine mancanza potrebbe indurre a pensare a qualcosa di negativo, ad un “meno”, a qualcosa che manca, che non c’è ed effettivamente essa rappresenta qualcosa che non c’è, ma potrebbe esserci. E’ uno “spazio” che può essere colmato nient’altro che dal desiderio. E’ proprio la mancanza a permettere la nascita e lo sviluppo del desiderio. Prima di Lacan, Freud aveva mostrato che il soggetto è costantemente alla ricerca dell’oggetto perduto, da sempre perduto, e il suo ritrovamento consiste in qualcosa che non si è mai posseduto. Quest’oggetto diventa per Lacan, l’oggetto causa del desiderio, una mancanza produttiva.  Il desiderio emerge in relazione al desiderio dell’Altro: esso non è desiderio di un oggetto ma desiderio di riconoscimento, il soggetto desidera essere riconosciuto dal desiderio dell’Altro. Ciò avviene in primo luogo tra la madre e il bambino. La madre, il primo Altro, riconosce il figlio come soggetto particolare e unico non donandogli un oggetto (le cure materiali) bensì la sua mancanza a essere, alternando la sua presenza e la sua assenza e alimentando, in questo modo, il desiderio del figlio. E’ proprio l’assenza come sinonimo di mancanza – e come condizione di presenza – a muovere il soggetto verso il proprio desiderio e verso la vita stessa.
Il desiderio può tuttavia essere misconosciuto dal soggetto in favore del godimento: la nostra epoca è caratterizzata da un appiattimento del desiderio sulla soddisfazione immediata del bisogno. In questo caso, la mancanza non è né attesa né motore del desiderio bensì un vuoto che il soggetto tende illusoriamente a colmare. 
Con il discorso del capitalista Lacan mostra come il soggetto ipermoderno non si relaziona con l’Altro ma con l’oggetto piccolo a. La società capitalista produce una serie continua e infinita di oggetti e bisogni nuovi con l’illusione di colmare il vuoto. Il vuoto è per struttura incolmabile e la ricerca illimitata di oggetti (a) non può che produrre insoddisfazione.
La crisi della nostra società può forse essere imputata all’inganno prodotto dal discorso del capitalista? All'illusione cioè di poter colmare il vuoto? 
Nel film di Sean Penn “Into the wild - Nelle terre selvagge”, il giovane protagonista Christorpher Mc Candless, alias Alexander Supertramp, subito dopo la laurea in scienze sociali, abbandona la famiglia e gli amici per intraprendere un viaggio attraverso gli Stati Uniti, fino a raggiungere l’Alaska. La sua è una vera è propria fuga dal capitalismo: non riesce più a vivere in una società consumista dove tutto ciò che conta è il possesso di oggetti materiali e decide di donare tutti i suoi risparmi ad una associazione benefica; in una scena emblematica del film, Chris brucia gli unici soldi che ha con sé poco prima di partire. La Natura, da lui tanto ricercata nel suo viaggio, può essere metaforicamente interpretata come una ricerca del proprio desiderio e quindi un’apertura e un’accettazione totale della propria mancanza a essere. Chris è una persona che si interroga sui legami sociali e sulla loro autenticità: parte da solo ma non è un solitario, ha una grande capacità di vivere in relazione con gli altri arricchendo e arricchendosi continuamente nel corso dei suoi incontri e quando finalmente arriva in Alaska, giunge anche alla propria verità vale a dire che la condivisione, la relazione con l’Altro sono condizioni indispensabili per una vita piena. Il film si conclude infatti con una frase che Chris scrive su un libro: “la felicità è reale solo se condivisa”.
Anche il percorso analitico potrebbe essere letto come un viaggio alla ricerca del proprio desiderio e che permetta di soggettivare la propria esistenza mitigando la propria mancanza.

- Dott.ssa Rossana Curatolo

martedì 19 settembre 2017

L'ISTITUZIONE PSICHIATRICA 2.0


Grazie alla legge 180, l’istituzione psichiatrica oggi non è più un ente segregativo, isolato e  lontano dalla città e dai suoi abitanti. L’istituzione non prende più il nome di manicomio che definiva il luogo in cui erano rinchiusi i folli, visti come un pericolo per la società. Non si tratta più di fare una diagnosi assoluta[1] e dunque di decidere in modo inequivocabile se un soggetto sia o meno folle e se abbia l’obbligo di restare internato o il diritto di essere libero.
Oggi, al posto dei manicomi, esistono diverse tipologie di istituzione psichiatrica come le comunità, i centri diurni, i reparti psichiatrici degli ospedali (SPDC: servizio psichiatrico di diagnosi e cura), che funzionano in modo diverso, secondo modelli di accoglienza (comunità e centri diurni) o di emergenza (SPDC). E’ possibile che un servizio di emergenza come il servizio psichiatrico di diagnosi e cura, sia più vicino alla logica della diagnosi assoluta che a una diagnosi differenziale basata sull’incontro con il soggetto e con la sua soggettività: c’è un’abitudine di fondo della psichiatria a dare definizioni precise, dentro o fuori.
L’ente che maggiormente si mette in condizione di creare dei legami sociali, è la comunità psichiatrica. La psicoanalisi collabora con la medicina ma, allo stesso tempo, si discosta da una visione medicalizzata del paziente. Foucault, parlando di Lacan, sostiene che:

Lacan voleva sottrarre la psicoanalisi alla prossimità, che riteneva pericolosa, della medicina e delle istituzioni mediche. In essa non cercava un processo di normalizzazione dei comportamenti, ma una teoria del soggetto [...][2].

Anche Stoppa[3] sottolinea quanto sia importante che, da parte di chi opera nell'istituzione, ci sia una costante interrogazione sul senso dell’istituzione stessa, sul compito, sulle possibili strategie da mettere in atto. Interrogarsi sul senso significa evitare di proporre un sapere pieno, dei protocolli prestabiliti, un modello unico di salute. Basaglia aveva intuito che il sapere non deve essere completo ma ad esso deve essere sottratto un pezzo, deve essere sempre in perdita. Solo la pratica è in grado di mettere in scacco il sapere padrone della scienza[4] (ad esempio quello medico o psichiatrico) e lasciare lo spazio per una domanda aperta di sapere che eviti la costruzione di modelli e ideologie di cura validi per tutti.
La comunità terapeutica mette in gioco le risorse di salute presenti in quelli che sono i fondamenti della comunità umana: ciò che il legame sociale non sa più produrre in termini di senso umano, si rigenera lì, in un luogo protetto. Ciò che è terapeutico è il mantenimento di uno spazio soggettivo e discorsivo dove il soggetto viene riconosciuto come particolare.

Sul lavoro con i pazienti delle comunità, è importante che l’operatore sappia sottrarsi e contenere le sue aspettative, le sue attese e i suoi ideali, così il paziente può sentirsi più libero di fare dei passi in avanti. Questo non significa che non si debba chiedere nulla ai pazienti, trattandoli come individui incapaci di assumersi responsabilità. Le richieste non devono essere relative a qualcosa di ideale ma a elementi di realtà della relazione con il paziente in cui non deve entrare in gioco il desiderio del singolo operatore ma un dato di struttura, un elemento terzo che vale per tutti: il rispetto delle regole, l’attenzione per gli spazi comuni, il rispetto reciproco, la cura per il proprio corpo.

- Dott.ssa Rossana Curatolo






[1] M. Foucalult, Il potere psichiatrico, cit. p. 230
[2] M. Colucci, Il caso clinico in psichiatria e in psicoanalisi, in L. S. Bonifati, C. Tartaglione (a cura di), Costruzione del caso clinico e tecnica psicoanalitica, Milano-Udine, Mimesis Edizoni, 2014, cit. p. 44
[3]  F. Stoppa, La prima curva dopo il paradiso, Roma, Borla, 2007, p. 39
[4] M. Colucci, Il caso clinico in psichiatria e in psicoanalisi, in L. S. Bonifati, C. Tartaglione (a cura di), Costruzione del caso clinico e tecnica psicoanalitica, Milano-Udine, Mimesis Edizoni, 2014, cit. p. 46

martedì 22 agosto 2017

INTERVISTA A JACQUES LACAN


Che cosa non va, oggi, nell’uomo ?
J.L. – C’è questa grande fatica di vivere, come risultato della corsa al progresso. Dalla psicoanalisi ci si aspetta che scopra fin dove si può arrivare trascinando questa fatica, questo malessere della vita.
 Che cosa spinge la gente a farsi psicoanalizzare ?
J.L. – La paura. Quando gli accadono cose, persino volute da lui, che non capisce, l’uomo ha paura. Soffre di non capire, e a poco a poco entra in uno stato di panico. È la nevrosi. Nella nevrosi isterica il corpo si ammala dalla paura di essere malato, e senza in realtà esserlo. Nella nevrosi ossessiva la paura mette cose bizzarre dentro la testa, pensieri che non si possono controllare, fobie in cui forme e oggetti acquistano significati diversi e paurosi.
 Per esempio ?
J.L. – Succede al nevrotico di sentirsi forzato da un bisogno spaventoso di andare a verificare decine di volte se un rubinetto è veramente chiuso o se una data cosa sta nel dato posto, pur sapendo con certezza che il rubinetto è come dev’essere e la cosa sta dove deve stare. Non ci sono pillole che guariscono questo. Devi scoprire perché ti accade, e sapere che cosa significa.
E la cura ?
J.L. – Il nevrotico è un malato che si cura con la parola, prima di tutto con la sua. Deve parlare, raccontare, spiegare se stesso. Freud la definisce « assunzione da parte del soggetto della propria storia, nella misura in cui è costituita dalla parola indirizzata a un altro ».
La psicoanalisi è il regno della parola, non ci sono altre medicine. Freud spiegava che l’Inconscio non tanto è profondo, quanto piuttosto inaccessibile all’approfondimento cosciente. E diceva che in questo Inconscio «c’è chi parla»: un soggetto nel soggetto, trascendente il soggetto. La parola è la grande forza della psicoanalisi.
Parole di chi? Del malato o dello psicoanalista?
J.L. – In psicoanalisi i termini malato, medico, medicina non sono esatti, non si usano. Non sono giuste neppure le formule passive che si adoperano comunemente. Si dice « farsi psicoanalizzare ». È sbagliato. Chi fa il vero lavoro, nell’analisi, è quello che parla, il soggetto analizzante. Anche se lo fa nel modo suggerito dall’analista, che gli indica come procedere e lo aiuta con interventi. Gli viene fornita anche un’interpretazione, che a prima botta sembra dare un senso a quello che l’analizzante dice.
In realtà l’interpretazione è più sottile, tesa a cancellare il senso delle cose di cui il soggetto soffre. Il fine è quello di mostrargli, attraverso il suo stesso racconto, che il suo sintomo, la malattia, diciamo, non ha alcun rapporto con niente, è privo di qualsiasi senso. Quindi, anche se in apparenza è reale, non esiste.
Le vie per cui procede questa azione della parola richiedono molta pratica e infinita pazienza. La pazienza e la misura sono gli strumenti della psicoanalisi. La tecnica consiste nel saper misurare l’aiuto che si dà al soggetto analizzante. Perciò la psicoanalisi è difficile.


INTERVISTA a JACQUES LACAN RILASCIATA A PANORAMA IL 21 NOVEMBRE 1974 

pubblicata sul sito www.lacan-con-freud.it